Il carretto di Marina

…Non potevo certo entrare dicendo “Ragazzi, da oggi facciamo arte-terapia!”… Ho trovato, nelle cucine, dei carretti usati per trasportare le verdure. Ne ho chiesto uno in prestito e l’ho riempito di rotoli di carta, vernici e colori… Mi sono avvicinata al primo padiglione e, a mo’ di ambulante, ho cominciato a scaricare il mio materiale… In un luogo totalmente grigio, la comparsa dei colori è stata di per sé un’azione terapeutica; ha rimesso in moto la vita…

L’intervista

L’artista fossanese che seppe ridare speranza ai “matti” di Racconigi

È uscito da pochi mesi un libro di Giovanni Tesio – ordinario di Letteratura italiana, scrittore e critico letterario – sulle iniziative artistiche collegate al manicomio di Racconigi. Il testo ha richiamato la nostra attenzione perché porta in copertina l’immagine della scultura che l’artista fossanese Marina Pepino ha donato alla città, posta sul canale Naviglio, all’angolo tra via Salite Salice e via Torquato Tasso.

Giovanni Tesio dedica infatti a Marina un ampio capitolo (Il carretto di Marina) in cui racconta l’interessante e unica, nel suo genere, esperienza di Arte terapia che la scultrice fossanese ha svolto nel manicomio di Racconigi dal ’90 al ’94. Un’esperienza che ha lasciato un segno profondo nell’artista, attualmente impegnata come insegnante al liceo artistico Gallizio di Alba.

Trent’anni fa entravi al “Neuro” di Racconigi come Arte terapeuta. Quale percorso avevi fatto?

Dopo il diploma di Scuola d’arte a Saluzzo mi ero iscritta all’Accademia Albertina di Torino e nel frattempo avevo frequentato dei corsi di teatro e di mimo; durante l’Accademia, inoltre, mi ero avvicinata all’Antroposofia, una disciplina basata sugli insegnamenti di Steiner, lavorando sull’interiorità attraverso lavori di gruppo. Quando nell’88 mi fu affidata la prima supplenza a Genola come insegnante di sostegno, tutte queste esperienze mi furono di grande aiuto. Sentii il bisogno di approfondire e mi iscrissi a un corso ad Assisi di Stefania Guerra Lisi, ideatrice del metodo della Globalità dei linguaggi. All’epoca facevo anche volontariato a Fossano presso una struttura che lavorava con disabili fisici e mentali. Tutto questo mi aiutò a realizzare molte attività a scuola.

Che tipo di attività?

Organizzai un’attività teatrale che coinvolse otto classi. Mi occupai della scenografia, dei costumi… I risultati furono molto interessanti. Questo lavoro è stato propedeutico alla successiva attività di all’Arte-terapia in manicomio? Sì. All’epoca il direttore dell’Asl Fulvio Moirano, intenzionato a modificare l’impostazione del Neuro, stava cercando qualcuno a cui affidare il compito di “risvegliare” qualche interesse nei degenti. Venuto a conoscenza del mio lavoro a Genola, mi convocò e mi propose di tentare questa avventura.

E dunque nel maggio 1990 sei entrata per la prima volta in manicomio.

Sì. È stata un’esperienza forte.

Giovanni Tesio dice che sei entrata “con in testa la tragedia di Camille Claudel”. Spiegaci.

Camille ha lottato tutta la vita per poter realizzare ciò che sentiva dentro come una forte necessità, cioè poter fare la scultrice. Fin da piccola scappava nel bosco a procurarsi l’argilla da modellare, ma questo le era impedito, perché secondo sua madre si trattava di una stranezza. Crescendo gli ostacoli furono sempre più forti e questo la obbligò ad atti di ribellione. Da qui l’internamento in manicomio, da cui non è mai più uscita, morendone per stenti durante la guerra. Prima dell’internamento realizzò opere di grande pregio e ricevette grandi riconoscimenti, ma questo non fu sufficiente a convincere la madre e il fratello Paul Claudel, scrittore e poeta cattolico, a consentirle di esercitare quest’arte.

A Camille Claudel tu hai dedicato una tua opera donata alla città.

Sì, perché per me Camille è diventata un mito. Quando conobbi la sua storia attraverso un libro a lei dedicato, decisi di recarmi a Parigi, sulle tracce del suo vissuto. All’epoca lavoravo e studiavo, tiravo la cinghia, ma racimolai i soldi per quel viaggio e ritrovai i suoi luoghi, i laboratori dove creò le opere che la fecero apprezzare. Questa donna mi è davvero entrata nel cuore; l’ho sentita molto vicina. Mi sono riconosciuta in lei, nella sua storia e nella sua sofferenza.

Anche tu hai dovuto fare dei gesti di rottura per seguire la tua strada?

Sì, io mi sono iscritta alla Scuola d’arte di Saluzzo a vent’anni mantenendomi agli studi con lavori precari. I miei compagni di scuola avevano 14 anni. È stata dura, ma io volevo assolutamente studiare e sapevo che quello era l’inizio del mio percorso. Al mattino frequentavo la scuola, il pomeriggio lavoravo e la sera facevo i compiti. Di domenica facevo la cameriera. Ho concluso il percorso in quattro anni anziché cinque ed ho aperto un laboratorio di scultura, continuando a lavorare. A 24 anni mi sono poi iscritta all’Accademia Albertina e mi sono pagata le spese eseguendo lavori artistici: trompe l’oeil, decorazioni… Nonostante la fatica e le ristrettezze economiche, il periodo degli studi è stato per me molto bello, il più bello della mia vita, ricco di scoperte. Ho letto tantissimo. Lo studio è libertà: lo dico sempre ai miei allievi.

Una libertà che a Claudel è stata negata. L’opera che hai regalato alla città – quella che per i fossanesi è il “monumento alla lavandaia” racconta questo?

È l’immagine di una donna che lotta per poter affermare ciò in cui crede, per ciò che le sta fortemente a cuore. Quel muro verso cui è rivolta Camille ha un doppio significato: è la materia – l’argilla – che l’artista graffia per poter esprimere la sua vocazione di scultrice ma rappresenta anche tutti i muri contro cui Camille – e come lei tante donne – ha dovuto combattere: il muro delle convenzioni, dei pregiudizi e soprattutto il muro – non solo metaforico – del manicomio, che l’ha completamente fiaccata fino ad ucciderla.

E ora veniamo a Racconigi. Com’è stato il tuo impatto con il manicomio?

L’impatto è stato traumatico. Ogni locale chiuso a chiave. I degenti insaccati in divise taglia unica, tipo quelle indossate nei lager. Un girone dell’inferno. Trascorrevano il loro tempo allungati sul letto o a gironzolare nel salone, con gli occhi persi nel vuoto.

Come hai iniziato?

Non potevo certo entrare dicendo “Ragazzi, da oggi facciamo arte-terapia”. Ho pensato a qualcosa che potesse attrarre la loro curiosità, senza forzature. Ho trovato, nelle cucine, dei carretti usati per trasportare le verdure. Ne ho chiesto uno in prestito e l’ho riempito di rotoli di carta, vernici e colori. Mi sono avvicinata al primo padiglione e, a mo’ di ambulante, ho cominciato a scaricare il mio materiale. Ho avvisato l’infermiere di non intervenire. Gli ospiti, vedendo la scena attraverso la vetrata, si sono incuriositi e hanno cominciato a uscire. Ho poi ripetuto questo gesto in tutti e quattro i padiglioni; le scene sono state riprese ogni volta da un infermiere a cui avevo chiesto precedentemente di filmare il tutto. Si tratta di un documento storico molto interessante.

Durante questi laboratori cosa facevi?

Stendevo un telo su cui sistemavo i cartelloni e i colori. Ognuno cercava un suo spazio, prendeva i colori e tracciava dei segni. In un luogo totalmente grigio, la comparsa dei colori è stata di per sé un’azione terapeutica; ha rimesso in moto la vita. In quei saloni, dove nessuno rivolgeva mai la parola ai degenti, era terapeutico il fatto stesso che io, entrando, esclamassi “Buongiorno”.

Che tipo di relazioni hai instaurato con i tuoi allievi?

Relazioni molto belle. Ma ho incontrato anche tanta sofferenza, difficile da portare: persone internate per motivazioni che hanno nulla a che fare con la malattia psichiatrica – ammesso che quella struttura potesse essere efficace per il malato psichiatrico. Ho conosciuto persone dalle mille risorse, deprivate e schiacciate dai metodi adottati in questo tipo di strutture.

I lavori realizzati dai tuoi allievi sono molto belli.

La loro è arte pura. Può essere anche infantile, ma è l’espressione delle loro emozioni. Nelle loro opere io rivedo Mirò, Kandinsky, Picasso… Ero ammirata dai loro lavori. Continuo a presentarli ai miei allievi, perché secondo me rappresentano benissimo il significato dell’arte del 900, un’arte non decorativa, ma espressione dei propri sentimenti.

Tu continui a parlare ai tuoi studenti di questa esperienza di Arte-terapia in manicomio?

Ne ho sempre parlato, sia nelle assemblee studentesche, per far riflettere sulla realtà delle istituzioni totali, che con i miei alunni. Mi aggancio a questo per far riflettere i ragazzi sul valore della libertà. È un mondo che non si conosce, ma non è Medio Evo; parlo del 1990.

Marina Pepino, che con i colori riportò la vita in manicomio

Intervista a Marina Pepino di Luigina Ambrogio
pubblicata su La Fedeltà di Fossano il 29 aprile 2020.

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